Francesco Giovannetti e l’ASD Campiglia: «Un addio da favola. Ho dato tutto, qui sono di casa»
Il capitano ripercorre la sua avventura: dalla rifondazione al trionfo in campionato. A 39 anni decide di appendere gli scarpini al chiodo: «Non potevo chiedere di meglio. Nel mio futuro c’è ancora questa società».
Un legame profondo, nato sui campi della ripartenza e coronato nel modo più bello possibile. Per Francesco Giovannetti, centrocampista e leader carismatico dell’ASD Campiglia 1914, il recente e storico approdo in Seconda Categoria rappresenta molto più di un successo sportivo: è la naturale conclusione di un percorso fatto di appartenenza, sacrificio e passione pura. A 39 anni, il mediano bianconero ha scelto di uscire di scena lasciando la squadra al punto più alto.

L’emozione degli esordi e la «ciliegina» del titolo
«I ricordi più vivi mi riportano subito alla prima stagione della ripartenza», racconta Giovannetti riavvolgendo il nastro della memoria. «C’era un entusiasmo travolgente. Ho avuto la gioia di firmare la prima rete di quel nuovo corso: un’emozione fortissima che custodisco ancora oggi. In quegli anni il segreto era uno solo: ci divertivamo tantissimo insieme».
Un cammino spezzato solo dall’emergenza Covid, ma ripreso con ancora più fame negli anni successivi. «È stata una continua rincorsa alla promozione o ai play-off. Sono state stagioni bellissime, perché in questa società si respira un’aria speciale. Mancava solo la ciliegina sulla torta, ed è arrivata con la vittoria dello scorso campionato. Sinceramente non potevo chiedere di più: per me è la soddisfazione più grande da quando indosso questa maglia».
La chimica del gruppo e la svolta nei dettagli
Dietro la cavalcata trionfale della passata stagione c’è un’alchimia di squadra quasi perfetta, affinata col tempo. «Il nostro vero punto di forza è stata la coesione», spiega il centrocampista. «Ognuno ha capito e accettato il proprio ruolo senza mai sollevare polemiche. Chi subentrava a gara in corso faceva sempre la differenza. Penso ai venti minuti finali dell’ultima di campionato che ci hanno regalato il titolo, o a quella rimonta pazzesca negli ultimi dieci minuti di un’altra partita di campionato, grazie a una mossa strategica del mister Jacopo Isolani. Piccoli dettagli che hanno scritto la storia».
Con l’esperienza dei suoi 39 anni, Giovannetti ha saputo ritagliarsi un ruolo cruciale anche fuori dal rettangolo di gioco: «Ho cercato di mettere a disposizione il mio carisma, facendo da mediatore tra i ragazzi e offrendo supporto morale. Ho fatto le mie partite, mi sono divertito tantissimo e ricorderò questa annata per sempre come un’esperienza straordinariamente positiva».

L’addio al calcio giocato: «Momento perfetto per uscire di scena»
Una decisione ponderata ma inevitabile, arrivata al culmine della felicità sportiva. «L’obiettivo della promozione era un chiodo fisso da anni. Ora che l’abbiamo raggiunto, e considerando l’impegno di un campionato impegnativo come la Seconda Categoria a 39 anni, ritengo sia il momento giusto per fare un passo indietro. Chiudere così è esattamente ciò che desideravo». Il pensiero di Giovannetti va poi ai ringraziamenti, carichi di affetto umano prima che sportivo:
Ai compagni: «Auguro loro di continuare a divertirsi e di custodire uno spogliatoio sereno e unito come quello di oggi, dove il gruppo esalta sempre i singoli».
Alla società: «Posso solo dire grazie per essermi sempre stata vicina, specie nei momenti personali più bui. La presenza del presidente, del vicepresidente e della fisioterapista quando è scomparsa mia nonna è stato un gesto toccante che non dimenticherò mai».
Ai tifosi: «Chiedo loro di continuare a sostenere i ragazzi. La spinta e il calore che ci hanno trasmesso dagli spalti nelle ultime partite sono stati la nostra vera forza in campo».
Il futuro: una ferita che si rimargina con l’amore per i colori
Appendere le scarpe al chiodo lascia sempre un vuoto profondo. «Inutile negarlo, quando smetti di giocare provi un piccolo trauma e al momento non so ancora esattamente cosa farò», ammette Giovannetti. «Una cosa però è certa: se continuerò nel mondo del calcio, sarà per dare una mano all’ASD Campiglia. Mi sento profondamente debitore verso questa società».
In chiusura, il centrocampista condensa il significato della sua avventura bianconera in tre concetti simbolo: «Senso di appartenenza, determinazione e sacrificio. Il primo è fondamentale; la determinazione ci ha spinti a crederci fino alla fine; il sacrificio è quello messo in campo ogni giorno da tutti, dai giocatori fino al custode. È così che si fanno le imprese».






